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Il mese scorso mi era uscita la frase : “fanculo la renovatio, fanculo tutto!”.

A un mese di distanza quasi quasi mi metto a ridere, se ci ripenso.

È assurdo fermarsi, pensare di mandare a puttane il piano astrale solo per una banale battuta d’arresto, è assurdo arrendersi, è assurdo smettere di cercare di far funzionare le cose.

È inutile smettere di lottare per la propria felicità, ogni maledetto uomo dovrebbe saperlo, ogni uomo dovrebbe rendersi conto che ha il diritto e il dovere di essere felice, sia che viva nella povertà sia che viva nel benessere.

Apprezzo chi sa essere felice con poco, ma non si arrende nonostante le sue condizioni precarie, non getta la spugna al primo stop.

 
A un mese di distanza sono ancora qua convinto di poter stravolgere la mia vita e renderla migliore, rinnovando tutto.

Quindi tranquilli, la renovatio non è andata a farsi benedire, per ora.

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Il muro pt.2

Pubblicato: 31/10/2010 in Uncategorized

Non c’era niente di strano, niente di diverso in quel giorno.
Uno tra tanti, s’era detto tra sé e sé.
Uno dei tanti inutili, patetici, tristi giorni d’autunno.
Nulla faceva pensare che qualcosa si sarebbe potuto spezzare.
A ripensarci ora, si vedeva correre bendato verso il dirupo.

Il dirupo, già.
Quel maledetto burrone che lo aspettava, lo reclamava da diversi giorni, forse da settimane intere.
Era consapevole della sua fragilità, era fin troppo conscio che qualcosa, prima o poi, lo avrebbe colpito.
Ma non si aspettava così presto, no.
Non l’avrebbe mai detto.

La campanella che suona, la folla dei ragazzi, zainetto in spalla, che corrono fuori da scuola.
Una sigaretta, qualche faccia nota, mani che si stringono, mani che si allungano, mani che scambiano, mani che creano, farciscono.
Le sue mani, doloranti a causa del freddo, maneggiavano faticosamente con l’accendino, tra un imprecazione e l’altra.
Il volto tetro, il tentativo di schivare i meno simpatici, qualche saluto cortese alle ragazzine, atto dovuto.

La fine della sigaretta, il volto che si rialza, passi veloci, il proprio nome gridato che vaga nell’aria.
Lo sguardo che cerca, prova ad individuare la proprietaria della voce.
Una voce fin troppo nota, lo sapeva bene, lui.
È lei, la ragazza dei suoi sogni, ultimo dei tanti, troppi tormenti del suo cuore.
Ricorda delle lettere appena scambiate, cerca di salutare brevemente e scappare.

Si blocca, di nuovo quel viso, lineamenti da divinità dell’amore.
Il disperato tentativo di fissare nella propria mente l’immagine, il volto viene salvato, polaroid angeliche senza alcun nome.
Qualche breve parola, banalità, si salta aldilà del muro.
Un’altra voce che chiama, non c’è tempo, la fretta, saluti veloci.

Il pranzo, il parlare con l’amico dell’incontro, la follia.
La fortuna gli serve la ragazza, se la trova lì, sulla porta.
Sguardi che si incrociano, un sorriso, il ritornare velocemente al tavolo, il congedarsi dall’amico, promesse di spiegazioni.
Una scusa, l’accendino che non funziona, il cuore a mille e si comincia.
Niente check, all in diretto, l’amore batte cassa.

To be continued


All’arrivare dell’autunno, la storia era  sempre la stessa.

Il ricadere nella droga, si ripresentava puntuale con la caduta delle prime foglie.

Le prime disillusioni, i primi amori insoddisfatti, che paradossalmente, si susseguivano e cadevano sempre nel periodo più buio e freddo del’anno, nei giorni desolati e solitari, quei giorni in cui ciò che veniva a mancare dall’amore e dalla serenità veniva colmato da alcolici e stupefacenti.

Troppe notte spese a cercare di raddrizzare una via storta affondando il malessere nel fondo di un bicchiere che sembrava non avere affatto, un maledetto fondo.

Troppi viaggi senza biglietto, nel quale il mezzo era l’erba e il conduttore ero io, incapace di qualsiasi reazione di fronte ai problemi.

 

Fortunatamente, però, è finita, è finito questo maledetto dramma.

Ho smesso di correrti dietro, ho smesso di accusarmi di non essere all’altezza, ho aperto gli occhi.

Non sei che un ricordo che si dissolve, eri bella, si.

Bella da far male e tanto, forse troppo, intelligente.

E più sfuggivi, più sentivo la necessità di averti.

Più ti facevi irraggiungibile, più io scivolavo nel fondo della dipendenza, qualsiasi fosse la sostanza.

Dipendevo da te, dai videogiochi che mi escludevano dal mondo estraneo, dalle droghe, dall’alcool, da qualsiasi cosa che occupasse la mia mente.

 

Ma oggi, dopo ore, giorni, mesi, anni passati a maledire tutto e tutti, è finita.

E dio sa da quanto aspettavo questo momento, quanto ho lottato per liberarmi di tutto questo malessere, quanto mi sono sentito stupido e impotente di fronte ai miei vizi.

E se adesso posso scrivere questo, è solo grazie a me stesso.

E forse, anche grazie a chi ci ha creduto, chi non ha mai smesso di spingermi su per la salita, chi non s’è mai voltato per abbandonarmi.

Forse, è anche grazie ad una madre che non ha mai smesso di ripetermi “Gesù Cristo, Giacomo, credo in te. Ne possiamo uscire, ne dobbiamo uscire. È una lotta solo con te stesso, non arrenderti, io sono qui.”