Archivio per la categoria ‘Manoscritti Giacomo’


Sarà che mi son sempre fatto troppe seghe mentali, sarà che stanotte non si dorme.
Sarà che c’ho in testa te e non riesco a staccare la spina.
L’ennesima notte lunga, qua manca fiato, manca voglia, mancano le energie.
Manca l’intenzione di voltare la pagina, scappare, ricominciare.
Dove e con cosa? Ma soprattutto, con chi? Da solo? Oppercarità, non sia mai.
L’altro stronzo dice meglio soli che mal accompagnati, ma lui che ne sa, se l’unica compagnia che hai avuto è quella bastarda, proferire verbo sui cazzi altrui è come annaffiare una pianta morta.
Qua è sempre un terno al lotto con la sorte, non sai mai che è la volta buona che mandi a puttane definitivamente tutto o che risistemi tutto con un colpo di bacchetta magica.
Ma qui la bacchetta magica mi sa che se l’è infinocchiata Harry Potter perché l’unica magia che vedo è quella negli occhi di mia madre che preoccupata mi guarda mentre salto l’ennesimo pasto caldo della giornata.
Facile a dirsi, difficile a farsi e “son tutti froci col culo degli altri”.
Quando in ballo però c’è il tuo di culo e il bruciore lo senti davvero, allora sì che son cazzi, perché le paroline che hai sempre trovato per gli altri a te non bastano, anche perché avresti un attimino voglia di credere in più di qualche semplice frase fatta del tipo ” non ti preoccupare, un po’ di tempo e ci riderai su” (‘a Ligabue, vattene affanculo nel dubbio).
Arrivi e dici “va bene dai, facciamo così, facciamo che io prendo tutto e ci piscio sopra, easy no?”
Easy un cazzo, perché poi a conti fatti ti ritrovi che di giorno dici “tanto va bene anche così, l’importante è la salute, la famiglia, quelle cagate lì” e poi alla notte fai a pugni coi ricordi e con le emozioni perché su quelle ci puoi pisciare quanto vuoi, ma sono come il culo, quando bruciano non c’è pompiere che tiene.

E poi c’è sempre da fare i conti con tutte le frasi non dette, le microvendette, perché tanto maturi si, maturi tanto che ogni cazzata è buona da rinfacciare, amici, amici un cazzo.
Appendi la foto al muro e gioca a freccette, diceva un altro stronzo.
Qua le uniche freccette sono quelle che mi pungono di notte mentre cerco di dormire e mi giro e mi rigiro, vuoi vedere che prima o poi finisce il materasso e finisco col culo per terra?
Ah, no aspetta un attimo, il culo per terra l’ho già messo, va a vedere che finisco col rompermici la testa. E che problema c’è?

Che poi dico, la sanità mentale ce l’abbiamo, la capacità di evitare di farci del male dovrebbero avercela inculcata da piccoli in quella testina di cazzo che ci ritroviamo, la furbizia di dire “forse stavolta le mani nel fuoco è meglio se non ce le metto” dovrebbe essere cosa assimilita.
E invece no, perché se pianifichi il viaggio e poi sei nello stesso punto (e nel dubbio pure a capo) a far solchi in tondo vuol dire che qualcosa non ha funzionato come dovrebbe.
La razionalità se n’è andata a ramengo da un pezzo nel momento in cui si ammette “ok, questa cosa fa male, però non voglio staccarmi” e ci si ritrova a fare i soliti discorsi triti e ritriti sul perché e sul per come, sul ” se tanto è così e onestamente non è cambiato nulla, perché non riprovarci?” .
Ho accantonato da un pezzo l’idea del ” va bene qualsiasi cosa, tanto taglio i contatti come fossero spaghi” perché alla fine della fiera, sia una cazzata o una cosa seria, la prima persona che vai a cercare qualsiasi cosa succeda è sempre la stessa.
E quando la cosa è ambivalente, il problema si moltiplica. Perché se da una parte ci fosse indifferenza, insofferenza, non dico astio o rancore cristo di dio, ma un minimo di allontanamento allora le cose cambierebbero radicalmente. Quando dall’altra parte le cose si manifestano alla stessa maniera, quando la fiducia è reciproca, quando il dolore è condiviso, quando il sentimento non si spegne, quando le parole e il tempo non bastano mai, quando le urla non si spengono, quando le discussioni sembrano infinite e senza senso, quando tutto quello che hai in testa ti schiaccia e fatichi a trovare le parole per esprimerti e ti spegni spurgando l’anima nero su bianco, ecco, quello è il momento in cui non sai più che cosa cazzo fare.
Dovrei presentare un reclamo a mia madre, dirle che si è dimenticata di mettere l’interruttore per i sentimenti e che quando mi ha insegnato che esiste il diritto di sbagliare con il dovere di riscattarsi non ha fatto altro che ingarbugliare ancora di più la matassa.
Tu dimmi soltanto cosa dovrei fare, sono le 4 e 40, tra tre ore e venti minuti suona la sveglia, si ricomincia a lavorare e non mi lasci stare perché mi assali a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi posto mi trovo.
Il tuo sorriso nella mia testa sfonda porte aperte, i ricordi si affollano ma qui lo spazio è poco e la mia barriera comincia a vacillare, ripetere mentalmente “sto bene, sto meglio di ieri e posso farcela comunque” non basta più.
Mando indietro l’orologio a qualche ora fa, io e te come ai vecchi tempi sul divano davanti alla tv, tu che dormi tra le mie braccia. Apparentemente tutto è a posto ma niente più è come prima.
So what? Andiamo avanti, chiudo gli occhi, accendo una sigaretta, faccio due conti e scopri che sono addirittura meno di tre, le ore di sonno. Non importa, tanto l’unico momento in cui sto bene è quando sto con te, il sonno è superfluo.
Due settimane e siamo al venticinque, vorrete mica che aspetti così tanto per dirvi la verità eh? Qua ogni giorno è una lotta con me stesso per non aprire la bocca, per non disturbare, per non essere pesante.
Lasciatemi scrivere, tanto per cinque lettere e due parole non è mai morto nessuno, tanto per un ti amo spiattellato su uno stupido blog non cambia nulla.

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La verità è che mi fate schifo tutti.
Mi fate schifo al mattino, al pomeriggio e alla sera, certe volte pure di notte.
E per far schifo pure di notte, effettivamente, cristo santo, dovete proprio impegnarvi.

Mi fate schifo quando parlate di libertà, di democrazia, di società, di welfare, di aiuti, di lavoro, di pensioni, di droghe, di sanità, di malsanità, di puttane, di televisione, di croci, stelle, cazzi, tette, fighe, culi.
Mi fate schifo quando vi riempite la bocca di belle parole su questo o su quello, mi fate schifo quando sostenete questo o quell’esponente politico, mi fate schifo quando sputtanate il vostro vicino di casa.
Mi fate schifo quando vi comportate da bestie sociali che non siete altro, quando non riuscite ad ammettere che trovate l’irresistibile impulso di averne una per ogni maledettissimo argomento.

Mi fate schifo quando riempite il vuoto del silenzio con la banalità della parola.
Mi fate schifo quando non vi capacitate del fatto che un gesto possa essere molto più eloquente di fiumi e fiumi di parole vuote e sperperate.

Risparmiate le vostre scuse, i vostri motivi, le vostre cazzate, le vostre banalità al creatore o a chi ci giudicherà.
O se proprio dovete dire una cazzata, fate in modo di non farvi sentire.
Passate la vostra vita a sputare giudizi, consigli e maledizioni sui passanti, sugli amici, sulla famiglia, sul compagno, sul datore di lavoro, su Dio, sulla religione e pure sulla poveraccia di turno che è stata sgozzata.

La verità è che o siamo tutti tuttologi o siamo una manica di stronzi e ipocriti bastardi benpensanti moralisti.

E io sicuramente appartengo alla seconda categoria.

Viene voglia di prendere appunti, segnarsi parola su parola, ricordare ogni cazzata e farvela ascoltare in loop per farvi rendere conto del bastimento di cagate che esce quotidianamente dalle vostre belle bocche pulite.

Perlomeno ho l’onestà intellettuale di scriverlo, che mi fate schifo. Così non siete per forza costretti a leggerlo, mentre chissà per quale cazzo di motivo, le vostre cagate mi tocca sentirle tutti i giorni.

E si sa che la gente da buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio quindi, per questa volta, accettate il consiglio, sapete già  dove dovete andare.

Amen. 


Scrivo, cancello, riscrivo, cancello di nuovo.
Vado a capo, ci riprovo, tiro una riga, altre due parole, cancello.

Fanculo!
Più o meno va così, metti lì un pezzo, lo guardi, ti convince un po’ e lo lasci lì.
Vai a capo, metti un altro pezzo, ti giri un attimo e riguardi il precedente, no no, non va bene. Via tutto.

Da capo di nuovo, fanculo ancora!
Se riesco a tenere un pezzo del puzzle per più di qualche mese (quelli che durano qualche giorno ormai non li considero neanche più) so già che o si frantuma da solo,  lo frantumo io, o si frantumano i maroni.

E allora di nuovo, parole, impegno, tentativi.
Ancora, cancella, no, ci siamo, non ci siamo, forse è la volta buona, no ok, non era la volta buona, o forse si, nel dubbio cancella tutto, fai finta di niente, piantaci su due righe, copri il tutto con un po’ di indifferenza, stacca la pagina, voltala, strappala, basta che la fai sparire.

Così con le persone, con gli obiettivi, con le promesse, con le intenzioni.
Butta giù, pianifica, controlla, gira, rigira, ribalta, analizza (sodomizza), spendi, spandi.
Senso di soddisfazione fugace e momentaneo, relativa tranquillità, esplosione del caos (di nuovo, non è una novità), e allora ancora : analisi, controllo, ribaltamento.

A conti fatti, poco entra, poco esce, poco di nuovo.
Vestiti vecchi che ormai stanno stretti, abitudini che sanno di minestra riscaldata, facce già viste, fin troppo.
Occhiaie che al mattino mi ricordano che ormai sono mesi che dico che cambio vita, cambio notte, cambio giorno.

Ma che cazzo cambio?
Cambio donna? Cambio macchina? Cambio scarpe? Cambio abiti?

O cambio cervello, abitudini, fisse, vizi, droghe, ambizioni?
E allora fanculo di nuovo, qua il libretto delle istruzioni, se c’è, è scritto in giapponese, ma non è neanche un giapponese che dici va beh, piglio un dizionario e me la cavo, no, una sega!

I simbolini sul retro mi inquietano alquanto, tra l’altro.
C’è di tutto e di più : tenere lontano dalla portata dei bambini, tossico, pericolo di morte, infiammabile e via dicendo.
Sembra di giocare al piccolo chimico, invece mi ritrovo tra le mani l’alchimia più rara e strana.

Fatto sta che non è cambiato niente, siamo nel pieno della notte, scritture malinconiche, rancore, frustrazione, stress, disillusione, pezze al culo.

Vado a ribaltare il cilindro magico, si sa mai che pesco il jolly.


Stasera esco, due cagate al bar con gli amici, progetti vari, due orette belle tranquille, mi fermo a mangiare un boccone sul corso e mi scappa l’occhio ad una locandina.

Un concorso fotografico organizzato da un sindacato, finalizzato alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla figura fondamentale del lavoratore come individuo all’interno della comunità di appartenenza.

Comincio a pensarci, seriamente, qualcosa non mi torna.

Da quando la fottutissima opinione pubblica si cura della figura del lavoratore?

O meglio, da quando l’opinione pubblica ha bisogno di sensibilizzarsi in merito a questa figura?

L’opinione pubblica, fino a prova contraria, è formata per la maggior parte da lavoratori, oppure son solo i nullafacenti a farsi le seghe mentali e a dibattere, ma non credo sia così.

L’assurdo è che non abbiamo bisogno di raccontare all’opinione pubblica delle migliaia di morti l’anno sul luogo di lavoro, no, dobbiamo raccontargli, attraverso le foto, quanto sia importante il lavoratore.

E allora spiegatemi perchè la mattina ti svegli, solita routine, stesso tram-tram quotidiano, bagno, colazione, forse una doccia, forse la barba, poche variabili.

Solito percorso, tra casa, garage, automobile e luogo di lavoro, giorno dopo giorno.

Spiegatemi perchè c’è da sperare che la cosa si prolunghi il più a lungo possibile.

Se ti va bene sei licenziato, se ti va male, sul lavoro ci schiatti, ti ci ammazzano, col lavoro.

Ti ammazzano per 900 euro, ti ammazzano dentro alle cisterne, ti ammazzano sulla strada, ti ammazzano in fabbrica, ti ammazzano in miniera, ti ammazzano ovunque, cazzo!

È un gioco al massacro e nessuno dice niente, tutti zitti, capo chino a lavorare, tanto basta la televisione, il pallone, due culi e due tette e tutti muti, fintanto che c’è quanto basta ad avere le solite quattro cagate per lobotomizzarsi e il pane quotidiano. Piuttosto che privarsene, si va ad accendere un mutuo!

E poi il politico di turno ti dice che è assurdo, è paradossale, è impensabile!

Certo, è impensabile ridurre l’orario di lavoro, aumentare le misure di sicurezza, è assolutamente fuori discussione!

Facile, troppo facile, dirlo con il culetto seduto in aula a Montecitorio per decine di migliaia di euro l’anno pagati dagli operai e da chi a fine mese ci arriva per il rotto della cuffia.

Ma non c’è problema, continuiamo pure a pagare le tasse per servizi e sicurezze invisibili, continuiamo a versare contributi che finiscono anche nelle casse dell’ispettorato al lavoro.

Già, quell’ispettorato al lavoro che dovrebbe far rispettare le norme di sicurezza sul lavoro e invece è prontissimo ad avventarsi su di te e a spillarti centinaia di euro perchè non indossi la tuta con il logo della tua azienda!

Tanto ormai non c’è quasi più niente da mandare a puttane, non c’è seriamente più niente da rovinare, ormai c’è solo da mangiare e ammazzare chi lavora.

E a noi non resta un cazzo, come al solito, c’è solo da sperare di portare a casa la propria pelle, e sperare che il prossimo morto sulla prima pagina  il mattino dopo, non sia un proprio caro.

C’è l’affitto da pagare? Vai a lavorare, lì ti possono sfruttare, umiliare, sottopagare, cassaintegrare, ma non è che ti possono ammazzare.  Non è così, perdio, non è così che deve andare, cazzo, morire, cazzo morire per poco più di un milione.  Non può capitare, ma non si sa come succede ogni giorno a ben tre persone.

Povera vita mia – Zulù

P.S : Giusto per non dimenticarsene, un grosso vaffanculo al parlamento italiano,  per aver approvato un disegno di legge che negherà giustizia dovuta ad un elevatissimo numero di morti sul lavoro, grazie alla riduzione dei tempi di prescrizione per gli incensurati.

Solo un urlo

Pubblicato: 12/04/2011 in Manoscritti Giacomo

C’è una vocina in sottofondo che continua a ripetermi “coglione, coglione, coglione”.

Coglione per ogni cosa di cui non ti sei accorto, coglione per quello che hai sbagliato, coglione per quello che hai sprecato.

Coglione per quello che non hai saputo apprezzare quando te ne era stato dato modo, coglione per quello che hai rovinato, coglione per non aver saputo dare.

Coglione per le menzogne, coglione per le falsità, coglione per le maschere.

 

Vorrei far finta che la vocina di sottofondo fosse soltanto una conseguenza della stanchezza e invece, fortunatamente non è così.

La vocina di sottofondo diventa un urlo, la mia voglia di redimermi grida vendetta e tutto diventa più chiaro.

Diventano evidenti gli sbagli, i passi falsi, i passi indietro, lontano dal mio sole, lontano dalla serietà, lontano da porti sicuri e possibilità enormi.

 

Certe volte ci vuole tempo, per rendersi conto che sì, sì può piangere sul latte versato e ci vuole ancora più tempo per rimediare ai propri errori.

Certe volte ci vuole costanza, impegno, serietà.

Certe volte non basta fare finta di niente e andare avanti, certe volte bisogna fermarsi e rimediare, raccattare i cocci e provare a ricostruire tutto di nuovo.

Certe volte non ci si può solo voltare, certe volte bisogna capire di aver commesso un errore.

 

E questa volta so di aver commesso più di un semplice errore, ma so anche che ho il tempo, la voglia, la forza e le possibilità per rimediare ai miei errori, dal primo fino all’ultimo, senza remore, senza il terrore di fallire di nuovo ma con la voglia di farcela, con la maledetta voglia di star bene.

E so che prima o poi, chi era pronto a mistificare, a spalare merda gratuitamente, si dovrà ricredere, dovrà ammettere di aver giudicato troppo in fretta, senza aver mai dato il giusto peso alle cose, senza aver mai vissuto certe cose.

E questo urlo diventerà soltanto un lieve brusio in sottofondo che non se ne andrà comunque mai, perchè ci sarà sempre qualcosa da imparare, qualche danno a cui rimediare, delle spese da pagare.


Questa volta sono furioso, indignato, amareggiato.

Incazzato, per ridurre la cosa ai minimi termini.

Non c’è veramente nulla da fare?

Nulla?

Niente di concreto, niente di tangibile, per cambiare questo mondo?

Per una volta, non dico non essere stronzi, ma perlomeno, riuscire a restare nella media?

Cercare di fare qualcosa, un benchè minimo sforzo, invece di passare sopra a tutto e a tutti con i vostri deliri di banalità e frasi fatte?

Non dico ribaltare tutto, cristo santo, ma perlomeno, cercare, che cazzo ne so, di cercare di capire, di informarsi?

Farsi una cultura, non quelle cazzate che ci infilano in testa sui banchi di scuola, cercare di comprendere perchè tutto stia andando così malamente a puttane, capire che non ci siamo solo noi a questo mondo, che stiamo lasciando un domani ai nostri figli che sarà ancora peggiore del nostro?

Cercare di vedere che questo non è che il preludio di uno schifo, un totale schifo, un disastro, per la terra, per l’umanità, per i figli che un giorno avrò, per i figli che un giorno avrete?

Cercare, cazzo, di capire che non c’è solo il calcio, la figa e l’ubriacarsi al sabato sera?

C’è solo questo?

C’è solo veramente questo?

Non c’è niente, oltre a questo?

Dio cristo, penso agli anni che ho buttato nel cesso a scuola, alle cazzate che mi sono sentito dire, dal politico che mi diceva di votare al prete che mi diceva di credere passando per il televisore che mi diceva di comprare e dico vaffanculo, non ci sto.

Non può essere tutto qua, non spenderò la mia vita a rincorrere mediocrità, banalità, sogni plasmati per e sulla massa, non voglio essere un maledetto numerino, aborro questo sistema, aborro questa finta cultura della folla.

Sono davanti a uno stramaledetto computer, prodotto di una società consumista, venduto ad un consumista che cerca di fare il bastian contrario e mentre scrivo, so per certo che un ragazzo della mia età, della vostra età, sta morendo di fame per la strada.

Senza l’istruzione che gli spetta, senza un tetto, senza una famiglia, senza i sogni che dovrebbe avere, cazzo, senza la televisione, senza le sigarette, senza la merda che tutti i giorni ci vendono, senza i vizi e le abitudini di un adolescente che vive nella bella società di merda che ci ritroviamo.

È possibile?

Dico, è possibile?

Nel ventunesimo secolo, nel fottutissimo 2011 c’è ancora gente che crepa di fame, di colera, di malsanità, di carenza di igiene per le strade di una città qualsiasi.

Siamo i paladini cretini di una finta democrazia e giustizia spacciata per oro, portiamo guerre e massacri con la scusa di portare libertà e rubiamo petrolio, schiavizziamo, manipoliamo.

E nessuno dice un cazzo, no, ovvio! È ovvio che nessuno dica un cazzo, fa comodo a tutti, così! Fa comodo stare zitti, fare finta di non vedere niente, fa comodo a noi, fa comodo a Loro, ai nostri politici, a chi ci comanda.

Omertosi, come la mafia, omertosi di fronte all’ingiustizia, omertosi di fronte alla fame, di fronte alla discriminazione, omertosi di fronte alle statistiche che parlano di un’Italia prima produttrice al mondo di mine antiuomo che ogni anno mutilano e straziano corpi di bambini innocenti, omertosi di fronte alla guerra, omertosi di fronte ai disastri nucleari, omertosi di fronte a qualsiasi maledetto schifo che vediamo passarci di fronte in questa società malata, in questo mondo sputtanato dal Dio denaro, in questo mondo corrotto dalla trinità televisiva composta da tette, culi e calcio.

Pagherei qualsiasi cosa, pagherei per vedere i miei coetanei prendere coscienza di ciò che succede, pagherei per vedere un risveglio collettivo, pagherei per sapere che le cose iniziano a cambiare, che la ruota inizia a girare.

Pagherei per sapere che in Africa viene rispettato il diritto dei bambini di crescere senza finire in mezzo a una guerra, per sapere che anche loro possono studiare, possono bere, possono sprecare la stessa quantità d’acqua che sprechiamo noi, che spreco io ogni maledetto giorno.

Mi vergogno, mi vergogno tremendamente di me stesso e mi vergogno per voi.

Mi vergogno ogni fottutissimo giorno di tutto questo dilapidamento di risorse.

Siamo riusciti a depauperizzare qualsiasi valore umano, a svendere la dignità umana al migliore offerente, a regalare il nostro corpo in cambio di notorietà.

Mi vergogno talmente tanto di questo schifo che sono diventato misantropo, e non so neanche più perchè sto scrivendo, perchè tanto so che la metà di chi leggerà queste riflessioni, ci penserà su e dira “Oh si, cazzo, ha ragione!” e poi se ne dimenticherà, perchè è logico che sia così, fa male, fa malissimo leggere queste cose.

Ma ogni tanto qualche stronzo dovrà pur scriverle, non sono il primo e non sarò di certo l’ultimo, ci saranno tanti altri che ci proveranno, forse invano, forse no, forse qualcuno riuscirà a smuovere animi e coscienze, forse qualcuno sarà capace di infervorare le folle, qualcuno sarà pur capace di resuscitare questa massa di stronze carcasse putride infarcite di valori del cazzo, di vizi stupidi, di televisione, puttane e calciatori.

Mi faccio schifo, perchè anche io contribuisco a questo disastro, non sono esente, ho la mia grossa fetta di responsabilità, ma perlomeno ne sono cosciente, e cerco in qualche modo di rimediare, di fare qualcosa, cazzo, qualcosa.

Non pretendo che ogni singolo individuo su questa Terra malata ribalti il mondo, vorrei solo che ognuno fosse cosciente di come stanno le cose e provasse a fare qualcosa nel proprio piccolo mondo.

Tanti piccoli mondi migliori contribuiscono ad avere un piccolo, grande mondo migliore, non è così difficile da capire.

Cominciando dall’essere meno stronzi, meno indifferenti, meno omertosi, meno razzisti, meno indisponibili, più generosi, generosi nell’offrire un sorriso, un aiuto, generosi nel donare qualcosa, generosi nel dare anche solo qualche buona parola, generosi nel tempo dedicato a cercare di capire anche gli altri, invece di arginarsi su posizioni colme di pregiudizi e arroganza.

Non sono nessuno per insegnare al mondo come si vive, sono solo schifato, stufo, stufo marcio di tutto questo, ne ho fin sopra la testa, sono stanco di vedere sempre le solite cose.

Stanco di sentirmi dire che sono un comunista del cazzo solo perchè me ne sbatto del colore della pelle di una persona.

Stanco di sentire i miei “amici” parlare di negri, albanesi e romeni.

Stanco di sentire la gente rivolgere i peggiori appellativi ai meridionali, stanco di terroni e polentoni, stanco di negri e bianchi, stanco di nord e sud, est e ovest, stanco di bandiere, confini, nazioni.

Stanco di differenze, stanco delle guerre, stanco del petrolio, stanco.

Talmente stanco che ho preferito il torpiloquio ai soliti giri di parole, talmente stanco da non riuscire più a nascondere questa insoddisfazione, questa vergogna.

Cristo, perchè deve essere sempre tutto così maledettamente sporco, privo di onestà, di sincerità, così maledettamente infame?

Perchè non ci sono io, a vivere di stenti in una favelas?

Potevo esserci io, sono solo stato fortunato.

Siamo solo stati fortunati, poteva capitare a uno qualsiasi di noi, però non è successo, la fortuna ha voluto che noi fossimo qui.

Ma non qui a grattarci le palle e a fare finta di niente, indifferenti come sempre, troppo impegnati a preoccuparci a farci lobotomizzare dai culi e dalle troie del Grande Fratello, siamo qui per prendere coscienza di quello che succede e per provare a cambiarlo.

Partendo dal basso, con umiltà.

Umiltà, cazzo, ecco cosa manca nella nostra società, manca l’umiltà, manca la capacità di apprezzare le piccole cose, manca totalmente il rispetto, il rispetto per il lavoro, per il sudore, per la fatica, per il guadagnato, per lo speso, il rispetto per il diverso, il rispetto per le culture, per le novità, per le tradizioni, il rispetto genuino.

Manca la capacità di riconoscere gli sforzi dei propri genitori quando a fine mese riescono ancora a respirare e non sono andati in bancarotta, manca il rispetto per il proprio padre che la sera, dopo 8-10 ore di lavoro vorrebbe sapere come cazzo stai, e noi ci lobotomizziamo con facebook e la televisione.

Manca il rispetto per il pane in tavola, manca la capacità di riuscire a capire che non ci è tutto dovuto, che le cose si ottengono con la fatica, con l’umiltà.

 

Manca la fottutissima umiltà, manca il rispetto di sé stessi, dei propri simili, manca l’amore per l’umanità, dove cazzo è finito l’amore? Dove cazzo è finito il rispetto per la Terra, la nostra Madre Terra?


In televisione e sui giornali non si parla d’altro, sui siti delle principali agenzie di stampa nazionale e sui blog sono queste le notizie che tengono banco, il mondo sembra volgere al suo totale e definitivo declino verso la violenza, la sofferenza e l’impossibilità di fruire del diritto ad una vita dignitosa.

Cinquemila anni di storia non sono stati utili all’uomo per imparare ad evitare il dolore e la sofferenza o perlomeno, a minimizzare i danni causati da eventi inevitabili.

Nulla è servito a ricordare all’uomo della sua condizione fragile e inerme, a ricordarci che siamo deboli e impotenti di fronte alle grandi tragedie, nulla è servito a farci capire che proteggere la nostra vita è già abbastanza difficile senza il bisogno di doversi complicare con guerre, stragi o l’utilizzo del nucleare.

Nulla, ancora, riesce a farci capire che chi scappa dal proprio paese e sbarca sulle nostre coste è un uomo, niente di più e niente di meno, un essere umano esattamente come noi, con i suoi sogni, i suoi ideali, la sua fede e la speranza di avere una vita non dico meravigliosa, ma perlomeno dignitosa.

Niente può permetterci di discriminare chi ha il coraggio di abbandonare la propria casa e la propria famiglia per fuggire da un paese lacerato dalle bombe e dai proiettili, massacrato dalla fame e dalle angherie di un dittatore.

Né la nostra bandiera, né i confini ci danno il diritto di cacciarli o affondare quei miseri barconi sui quali si affollano per scappare. Il colore della loro pelle, per quanto possa essere diverso dal mio, non li rende inferiori, non li rende sacrificabili.


In Giappone, l’ultima new-entry nella lista dei paesi devastati (che ovviamente include buona parte dell’Africa e tanti altri stati piegati da guerre civili, fame e miseria), mancano corrente, medicine, assistenza, posti letto e tanto altro ancora.

I campi e i capi di bestiame sono ormai contaminati dalle radiazioni, le fonti primarie dell’alimentazione di un intero paese sono ormai fuori uso.

Gli ospedali sono stracolmi, i cadaveri vengono ammucchiati ai lati delle strade e gli sciacalli sono già calati da parecchie notti.

Sembra che tutto il dolore di Haiti, che ancora oggi ha enormi problemi con colera, malsanità e fame, si sia trasferito in Giappone.

 

E mentre succede tutto questo, la principale preoccupazione dei nostri burattinai è di bombardare la Libia, dare la caccia a Gheddafi.

Per portare democrazia e pace, certo, per ridare dignità ad un popolo sofferente, per migliorare la condizione dei nostri fratelli libici.

Quante belle intenzioni, quanti sani principi che si sventolano mentre la mano potente dei burattinai si allunga sulle raffinerie e sulle riserve di petrolio, l’unica vera preoccupazione di chi ci comanda e ci raggira.

E noi stiamo qui a berci tutto quanto, certo, come se non fosse evidente che l’unica vera intenzione è prendere il possesso del greggio africano, di impossessarsi di tutto ciò di cui ci si può impossessare, come se non fosse evidente che la “grande Primavera Africana” non è nient’altro che un colossale complotto finalizzato alla creazione di nuovi stati marionette.

Così, mentre i giornali alimentano il nostro terrore per un nuovo disastro nucleare e i politici aumentano il nostro razzismo e la nostra xenofobia, i potenti tramano e raggiungono i loro scopi, mentre il popolino non si accorge di nulla e paga inconsapevolmente sulla propria pelle il prezzo delle decisioni che giungono dall’alto.