Mettiamolo nero su bianco, nel dubbio

Pubblicato: 11/12/2012 in Manoscritti Giacomo

Sarà che mi son sempre fatto troppe seghe mentali, sarà che stanotte non si dorme.
Sarà che c’ho in testa te e non riesco a staccare la spina.
L’ennesima notte lunga, qua manca fiato, manca voglia, mancano le energie.
Manca l’intenzione di voltare la pagina, scappare, ricominciare.
Dove e con cosa? Ma soprattutto, con chi? Da solo? Oppercarità, non sia mai.
L’altro stronzo dice meglio soli che mal accompagnati, ma lui che ne sa, se l’unica compagnia che hai avuto è quella bastarda, proferire verbo sui cazzi altrui è come annaffiare una pianta morta.
Qua è sempre un terno al lotto con la sorte, non sai mai che è la volta buona che mandi a puttane definitivamente tutto o che risistemi tutto con un colpo di bacchetta magica.
Ma qui la bacchetta magica mi sa che se l’è infinocchiata Harry Potter perché l’unica magia che vedo è quella negli occhi di mia madre che preoccupata mi guarda mentre salto l’ennesimo pasto caldo della giornata.
Facile a dirsi, difficile a farsi e “son tutti froci col culo degli altri”.
Quando in ballo però c’è il tuo di culo e il bruciore lo senti davvero, allora sì che son cazzi, perché le paroline che hai sempre trovato per gli altri a te non bastano, anche perché avresti un attimino voglia di credere in più di qualche semplice frase fatta del tipo ” non ti preoccupare, un po’ di tempo e ci riderai su” (‘a Ligabue, vattene affanculo nel dubbio).
Arrivi e dici “va bene dai, facciamo così, facciamo che io prendo tutto e ci piscio sopra, easy no?”
Easy un cazzo, perché poi a conti fatti ti ritrovi che di giorno dici “tanto va bene anche così, l’importante è la salute, la famiglia, quelle cagate lì” e poi alla notte fai a pugni coi ricordi e con le emozioni perché su quelle ci puoi pisciare quanto vuoi, ma sono come il culo, quando bruciano non c’è pompiere che tiene.

E poi c’è sempre da fare i conti con tutte le frasi non dette, le microvendette, perché tanto maturi si, maturi tanto che ogni cazzata è buona da rinfacciare, amici, amici un cazzo.
Appendi la foto al muro e gioca a freccette, diceva un altro stronzo.
Qua le uniche freccette sono quelle che mi pungono di notte mentre cerco di dormire e mi giro e mi rigiro, vuoi vedere che prima o poi finisce il materasso e finisco col culo per terra?
Ah, no aspetta un attimo, il culo per terra l’ho già messo, va a vedere che finisco col rompermici la testa. E che problema c’è?

Che poi dico, la sanità mentale ce l’abbiamo, la capacità di evitare di farci del male dovrebbero avercela inculcata da piccoli in quella testina di cazzo che ci ritroviamo, la furbizia di dire “forse stavolta le mani nel fuoco è meglio se non ce le metto” dovrebbe essere cosa assimilita.
E invece no, perché se pianifichi il viaggio e poi sei nello stesso punto (e nel dubbio pure a capo) a far solchi in tondo vuol dire che qualcosa non ha funzionato come dovrebbe.
La razionalità se n’è andata a ramengo da un pezzo nel momento in cui si ammette “ok, questa cosa fa male, però non voglio staccarmi” e ci si ritrova a fare i soliti discorsi triti e ritriti sul perché e sul per come, sul ” se tanto è così e onestamente non è cambiato nulla, perché non riprovarci?” .
Ho accantonato da un pezzo l’idea del ” va bene qualsiasi cosa, tanto taglio i contatti come fossero spaghi” perché alla fine della fiera, sia una cazzata o una cosa seria, la prima persona che vai a cercare qualsiasi cosa succeda è sempre la stessa.
E quando la cosa è ambivalente, il problema si moltiplica. Perché se da una parte ci fosse indifferenza, insofferenza, non dico astio o rancore cristo di dio, ma un minimo di allontanamento allora le cose cambierebbero radicalmente. Quando dall’altra parte le cose si manifestano alla stessa maniera, quando la fiducia è reciproca, quando il dolore è condiviso, quando il sentimento non si spegne, quando le parole e il tempo non bastano mai, quando le urla non si spengono, quando le discussioni sembrano infinite e senza senso, quando tutto quello che hai in testa ti schiaccia e fatichi a trovare le parole per esprimerti e ti spegni spurgando l’anima nero su bianco, ecco, quello è il momento in cui non sai più che cosa cazzo fare.
Dovrei presentare un reclamo a mia madre, dirle che si è dimenticata di mettere l’interruttore per i sentimenti e che quando mi ha insegnato che esiste il diritto di sbagliare con il dovere di riscattarsi non ha fatto altro che ingarbugliare ancora di più la matassa.
Tu dimmi soltanto cosa dovrei fare, sono le 4 e 40, tra tre ore e venti minuti suona la sveglia, si ricomincia a lavorare e non mi lasci stare perché mi assali a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi posto mi trovo.
Il tuo sorriso nella mia testa sfonda porte aperte, i ricordi si affollano ma qui lo spazio è poco e la mia barriera comincia a vacillare, ripetere mentalmente “sto bene, sto meglio di ieri e posso farcela comunque” non basta più.
Mando indietro l’orologio a qualche ora fa, io e te come ai vecchi tempi sul divano davanti alla tv, tu che dormi tra le mie braccia. Apparentemente tutto è a posto ma niente più è come prima.
So what? Andiamo avanti, chiudo gli occhi, accendo una sigaretta, faccio due conti e scopri che sono addirittura meno di tre, le ore di sonno. Non importa, tanto l’unico momento in cui sto bene è quando sto con te, il sonno è superfluo.
Due settimane e siamo al venticinque, vorrete mica che aspetti così tanto per dirvi la verità eh? Qua ogni giorno è una lotta con me stesso per non aprire la bocca, per non disturbare, per non essere pesante.
Lasciatemi scrivere, tanto per cinque lettere e due parole non è mai morto nessuno, tanto per un ti amo spiattellato su uno stupido blog non cambia nulla.

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