Sarà che mi son sempre fatto troppe seghe mentali, sarà che stanotte non si dorme.
Sarà che c’ho in testa te e non riesco a staccare la spina.
L’ennesima notte lunga, qua manca fiato, manca voglia, mancano le energie.
Manca l’intenzione di voltare la pagina, scappare, ricominciare.
Dove e con cosa? Ma soprattutto, con chi? Da solo? Oppercarità, non sia mai.
L’altro stronzo dice meglio soli che mal accompagnati, ma lui che ne sa, se l’unica compagnia che hai avuto è quella bastarda, proferire verbo sui cazzi altrui è come annaffiare una pianta morta.
Qua è sempre un terno al lotto con la sorte, non sai mai che è la volta buona che mandi a puttane definitivamente tutto o che risistemi tutto con un colpo di bacchetta magica.
Ma qui la bacchetta magica mi sa che se l’è infinocchiata Harry Potter perché l’unica magia che vedo è quella negli occhi di mia madre che preoccupata mi guarda mentre salto l’ennesimo pasto caldo della giornata.
Facile a dirsi, difficile a farsi e “son tutti froci col culo degli altri”.
Quando in ballo però c’è il tuo di culo e il bruciore lo senti davvero, allora sì che son cazzi, perché le paroline che hai sempre trovato per gli altri a te non bastano, anche perché avresti un attimino voglia di credere in più di qualche semplice frase fatta del tipo ” non ti preoccupare, un po’ di tempo e ci riderai su” (‘a Ligabue, vattene affanculo nel dubbio).
Arrivi e dici “va bene dai, facciamo così, facciamo che io prendo tutto e ci piscio sopra, easy no?”
Easy un cazzo, perché poi a conti fatti ti ritrovi che di giorno dici “tanto va bene anche così, l’importante è la salute, la famiglia, quelle cagate lì” e poi alla notte fai a pugni coi ricordi e con le emozioni perché su quelle ci puoi pisciare quanto vuoi, ma sono come il culo, quando bruciano non c’è pompiere che tiene.

E poi c’è sempre da fare i conti con tutte le frasi non dette, le microvendette, perché tanto maturi si, maturi tanto che ogni cazzata è buona da rinfacciare, amici, amici un cazzo.
Appendi la foto al muro e gioca a freccette, diceva un altro stronzo.
Qua le uniche freccette sono quelle che mi pungono di notte mentre cerco di dormire e mi giro e mi rigiro, vuoi vedere che prima o poi finisce il materasso e finisco col culo per terra?
Ah, no aspetta un attimo, il culo per terra l’ho già messo, va a vedere che finisco col rompermici la testa. E che problema c’è?

Che poi dico, la sanità mentale ce l’abbiamo, la capacità di evitare di farci del male dovrebbero avercela inculcata da piccoli in quella testina di cazzo che ci ritroviamo, la furbizia di dire “forse stavolta le mani nel fuoco è meglio se non ce le metto” dovrebbe essere cosa assimilita.
E invece no, perché se pianifichi il viaggio e poi sei nello stesso punto (e nel dubbio pure a capo) a far solchi in tondo vuol dire che qualcosa non ha funzionato come dovrebbe.
La razionalità se n’è andata a ramengo da un pezzo nel momento in cui si ammette “ok, questa cosa fa male, però non voglio staccarmi” e ci si ritrova a fare i soliti discorsi triti e ritriti sul perché e sul per come, sul ” se tanto è così e onestamente non è cambiato nulla, perché non riprovarci?” .
Ho accantonato da un pezzo l’idea del ” va bene qualsiasi cosa, tanto taglio i contatti come fossero spaghi” perché alla fine della fiera, sia una cazzata o una cosa seria, la prima persona che vai a cercare qualsiasi cosa succeda è sempre la stessa.
E quando la cosa è ambivalente, il problema si moltiplica. Perché se da una parte ci fosse indifferenza, insofferenza, non dico astio o rancore cristo di dio, ma un minimo di allontanamento allora le cose cambierebbero radicalmente. Quando dall’altra parte le cose si manifestano alla stessa maniera, quando la fiducia è reciproca, quando il dolore è condiviso, quando il sentimento non si spegne, quando le parole e il tempo non bastano mai, quando le urla non si spengono, quando le discussioni sembrano infinite e senza senso, quando tutto quello che hai in testa ti schiaccia e fatichi a trovare le parole per esprimerti e ti spegni spurgando l’anima nero su bianco, ecco, quello è il momento in cui non sai più che cosa cazzo fare.
Dovrei presentare un reclamo a mia madre, dirle che si è dimenticata di mettere l’interruttore per i sentimenti e che quando mi ha insegnato che esiste il diritto di sbagliare con il dovere di riscattarsi non ha fatto altro che ingarbugliare ancora di più la matassa.
Tu dimmi soltanto cosa dovrei fare, sono le 4 e 40, tra tre ore e venti minuti suona la sveglia, si ricomincia a lavorare e non mi lasci stare perché mi assali a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi posto mi trovo.
Il tuo sorriso nella mia testa sfonda porte aperte, i ricordi si affollano ma qui lo spazio è poco e la mia barriera comincia a vacillare, ripetere mentalmente “sto bene, sto meglio di ieri e posso farcela comunque” non basta più.
Mando indietro l’orologio a qualche ora fa, io e te come ai vecchi tempi sul divano davanti alla tv, tu che dormi tra le mie braccia. Apparentemente tutto è a posto ma niente più è come prima.
So what? Andiamo avanti, chiudo gli occhi, accendo una sigaretta, faccio due conti e scopri che sono addirittura meno di tre, le ore di sonno. Non importa, tanto l’unico momento in cui sto bene è quando sto con te, il sonno è superfluo.
Due settimane e siamo al venticinque, vorrete mica che aspetti così tanto per dirvi la verità eh? Qua ogni giorno è una lotta con me stesso per non aprire la bocca, per non disturbare, per non essere pesante.
Lasciatemi scrivere, tanto per cinque lettere e due parole non è mai morto nessuno, tanto per un ti amo spiattellato su uno stupido blog non cambia nulla.

Giro di Notte

Pubblicato: 04/12/2012 in Racconti

Giro di notte con le scarpe rotte i pensieri che ballano, sento le note una mano che le percuote, le strade parlano. Dicono torna indietro non farti più rivedere finché non fa giorno ma non mi levo di torno sognami come un unicorno. Fumo la nebbia dopo faccio uscire solo l’inchiostro come una seppia esce fuori il mostro dentro di me, mi esplode la tempia. Penso che nel presente le stelle le hanno scambiate con i lampioni, hanno preso i perdenti e li hanno mischiati con i campioni. Adesso mi faccio inseguire il dolore non l’ho seminato anzi sembra che sul cuore mio c’abbia nevicato. Preparo le borse, saluto le stronze, prendo dodici sbronze solo per sopprimere i forse e sento che perdo il contatto con tutto quello che c’è di bello, lei mi dà il cuore io ho un coltello fuori c’è il sole porto l’ombrello. Spero che piova senza nessuna prova, spero che la pioggia possa lavarmi la merda via e creare una persona nuova ma so che non è possibile solo il dolore ti cambia dentro, chiamo il mio angelo custode ma pare che ce l’abbia spento. La soddisfazione non arriva è un gran lamento, tempo di merda un 1-0 per te palla al centro.

Ho preoccupazioni giganti, i pensieri pesanti appena la tocco le faccio male devo mettermi i guanti. Forse è il caso di ammettere che il problema è solo mio, probabilmente il problema sono io. Taglio i contatti come fossero spaghi, faccio a botte con i draghi dicono adesso mi paghi ho i piedi che calpestano gli aghi. A forza di lacrime ho gli occhi che sembrano laghi, cerco il giorno magico ma non esistono qua e non esistono maghi. Scrivo canzoni tristi sogno di avere i poteri come su Misfits, ma lottano per tenermi schiavo come i suddisti. Cerco la pace tra i sintetizzatori e i cori piuttosto che trascorrere un altro giorno lì fuori. Alzo le cuffie finché distorce e cammino da solo, conto le gocce sopra la giacca lasciano il segno tipo vaiolo. Provano a convincermi mi sussurrano che posso fidarmi di loro, neanche gli tengo la mano anzi se ne ho la possibilità li divoro.

Se ti dico che non provo rabbia mento, dico che sto bene ma è solo un insabbiamento. La soddisfazione non arriva è un gran lamento, è inutile sentirsi liberi avendo una gabbia dentro.

Gemitaiz
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La verità è che mi fate schifo tutti.
Mi fate schifo al mattino, al pomeriggio e alla sera, certe volte pure di notte.
E per far schifo pure di notte, effettivamente, cristo santo, dovete proprio impegnarvi.

Mi fate schifo quando parlate di libertà, di democrazia, di società, di welfare, di aiuti, di lavoro, di pensioni, di droghe, di sanità, di malsanità, di puttane, di televisione, di croci, stelle, cazzi, tette, fighe, culi.
Mi fate schifo quando vi riempite la bocca di belle parole su questo o su quello, mi fate schifo quando sostenete questo o quell’esponente politico, mi fate schifo quando sputtanate il vostro vicino di casa.
Mi fate schifo quando vi comportate da bestie sociali che non siete altro, quando non riuscite ad ammettere che trovate l’irresistibile impulso di averne una per ogni maledettissimo argomento.

Mi fate schifo quando riempite il vuoto del silenzio con la banalità della parola.
Mi fate schifo quando non vi capacitate del fatto che un gesto possa essere molto più eloquente di fiumi e fiumi di parole vuote e sperperate.

Risparmiate le vostre scuse, i vostri motivi, le vostre cazzate, le vostre banalità al creatore o a chi ci giudicherà.
O se proprio dovete dire una cazzata, fate in modo di non farvi sentire.
Passate la vostra vita a sputare giudizi, consigli e maledizioni sui passanti, sugli amici, sulla famiglia, sul compagno, sul datore di lavoro, su Dio, sulla religione e pure sulla poveraccia di turno che è stata sgozzata.

La verità è che o siamo tutti tuttologi o siamo una manica di stronzi e ipocriti bastardi benpensanti moralisti.

E io sicuramente appartengo alla seconda categoria.

Viene voglia di prendere appunti, segnarsi parola su parola, ricordare ogni cazzata e farvela ascoltare in loop per farvi rendere conto del bastimento di cagate che esce quotidianamente dalle vostre belle bocche pulite.

Perlomeno ho l’onestà intellettuale di scriverlo, che mi fate schifo. Così non siete per forza costretti a leggerlo, mentre chissà per quale cazzo di motivo, le vostre cagate mi tocca sentirle tutti i giorni.

E si sa che la gente da buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio quindi, per questa volta, accettate il consiglio, sapete già  dove dovete andare.

Amen. 


Scrivo, cancello, riscrivo, cancello di nuovo.
Vado a capo, ci riprovo, tiro una riga, altre due parole, cancello.

Fanculo!
Più o meno va così, metti lì un pezzo, lo guardi, ti convince un po’ e lo lasci lì.
Vai a capo, metti un altro pezzo, ti giri un attimo e riguardi il precedente, no no, non va bene. Via tutto.

Da capo di nuovo, fanculo ancora!
Se riesco a tenere un pezzo del puzzle per più di qualche mese (quelli che durano qualche giorno ormai non li considero neanche più) so già che o si frantuma da solo,  lo frantumo io, o si frantumano i maroni.

E allora di nuovo, parole, impegno, tentativi.
Ancora, cancella, no, ci siamo, non ci siamo, forse è la volta buona, no ok, non era la volta buona, o forse si, nel dubbio cancella tutto, fai finta di niente, piantaci su due righe, copri il tutto con un po’ di indifferenza, stacca la pagina, voltala, strappala, basta che la fai sparire.

Così con le persone, con gli obiettivi, con le promesse, con le intenzioni.
Butta giù, pianifica, controlla, gira, rigira, ribalta, analizza (sodomizza), spendi, spandi.
Senso di soddisfazione fugace e momentaneo, relativa tranquillità, esplosione del caos (di nuovo, non è una novità), e allora ancora : analisi, controllo, ribaltamento.

A conti fatti, poco entra, poco esce, poco di nuovo.
Vestiti vecchi che ormai stanno stretti, abitudini che sanno di minestra riscaldata, facce già viste, fin troppo.
Occhiaie che al mattino mi ricordano che ormai sono mesi che dico che cambio vita, cambio notte, cambio giorno.

Ma che cazzo cambio?
Cambio donna? Cambio macchina? Cambio scarpe? Cambio abiti?

O cambio cervello, abitudini, fisse, vizi, droghe, ambizioni?
E allora fanculo di nuovo, qua il libretto delle istruzioni, se c’è, è scritto in giapponese, ma non è neanche un giapponese che dici va beh, piglio un dizionario e me la cavo, no, una sega!

I simbolini sul retro mi inquietano alquanto, tra l’altro.
C’è di tutto e di più : tenere lontano dalla portata dei bambini, tossico, pericolo di morte, infiammabile e via dicendo.
Sembra di giocare al piccolo chimico, invece mi ritrovo tra le mani l’alchimia più rara e strana.

Fatto sta che non è cambiato niente, siamo nel pieno della notte, scritture malinconiche, rancore, frustrazione, stress, disillusione, pezze al culo.

Vado a ribaltare il cilindro magico, si sa mai che pesco il jolly.


Stasera esco, due cagate al bar con gli amici, progetti vari, due orette belle tranquille, mi fermo a mangiare un boccone sul corso e mi scappa l’occhio ad una locandina.

Un concorso fotografico organizzato da un sindacato, finalizzato alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla figura fondamentale del lavoratore come individuo all’interno della comunità di appartenenza.

Comincio a pensarci, seriamente, qualcosa non mi torna.

Da quando la fottutissima opinione pubblica si cura della figura del lavoratore?

O meglio, da quando l’opinione pubblica ha bisogno di sensibilizzarsi in merito a questa figura?

L’opinione pubblica, fino a prova contraria, è formata per la maggior parte da lavoratori, oppure son solo i nullafacenti a farsi le seghe mentali e a dibattere, ma non credo sia così.

L’assurdo è che non abbiamo bisogno di raccontare all’opinione pubblica delle migliaia di morti l’anno sul luogo di lavoro, no, dobbiamo raccontargli, attraverso le foto, quanto sia importante il lavoratore.

E allora spiegatemi perchè la mattina ti svegli, solita routine, stesso tram-tram quotidiano, bagno, colazione, forse una doccia, forse la barba, poche variabili.

Solito percorso, tra casa, garage, automobile e luogo di lavoro, giorno dopo giorno.

Spiegatemi perchè c’è da sperare che la cosa si prolunghi il più a lungo possibile.

Se ti va bene sei licenziato, se ti va male, sul lavoro ci schiatti, ti ci ammazzano, col lavoro.

Ti ammazzano per 900 euro, ti ammazzano dentro alle cisterne, ti ammazzano sulla strada, ti ammazzano in fabbrica, ti ammazzano in miniera, ti ammazzano ovunque, cazzo!

È un gioco al massacro e nessuno dice niente, tutti zitti, capo chino a lavorare, tanto basta la televisione, il pallone, due culi e due tette e tutti muti, fintanto che c’è quanto basta ad avere le solite quattro cagate per lobotomizzarsi e il pane quotidiano. Piuttosto che privarsene, si va ad accendere un mutuo!

E poi il politico di turno ti dice che è assurdo, è paradossale, è impensabile!

Certo, è impensabile ridurre l’orario di lavoro, aumentare le misure di sicurezza, è assolutamente fuori discussione!

Facile, troppo facile, dirlo con il culetto seduto in aula a Montecitorio per decine di migliaia di euro l’anno pagati dagli operai e da chi a fine mese ci arriva per il rotto della cuffia.

Ma non c’è problema, continuiamo pure a pagare le tasse per servizi e sicurezze invisibili, continuiamo a versare contributi che finiscono anche nelle casse dell’ispettorato al lavoro.

Già, quell’ispettorato al lavoro che dovrebbe far rispettare le norme di sicurezza sul lavoro e invece è prontissimo ad avventarsi su di te e a spillarti centinaia di euro perchè non indossi la tuta con il logo della tua azienda!

Tanto ormai non c’è quasi più niente da mandare a puttane, non c’è seriamente più niente da rovinare, ormai c’è solo da mangiare e ammazzare chi lavora.

E a noi non resta un cazzo, come al solito, c’è solo da sperare di portare a casa la propria pelle, e sperare che il prossimo morto sulla prima pagina  il mattino dopo, non sia un proprio caro.

C’è l’affitto da pagare? Vai a lavorare, lì ti possono sfruttare, umiliare, sottopagare, cassaintegrare, ma non è che ti possono ammazzare.  Non è così, perdio, non è così che deve andare, cazzo, morire, cazzo morire per poco più di un milione.  Non può capitare, ma non si sa come succede ogni giorno a ben tre persone.

Povera vita mia – Zulù

P.S : Giusto per non dimenticarsene, un grosso vaffanculo al parlamento italiano,  per aver approvato un disegno di legge che negherà giustizia dovuta ad un elevatissimo numero di morti sul lavoro, grazie alla riduzione dei tempi di prescrizione per gli incensurati.

Solo un urlo

Pubblicato: 12/04/2011 in Manoscritti Giacomo

C’è una vocina in sottofondo che continua a ripetermi “coglione, coglione, coglione”.

Coglione per ogni cosa di cui non ti sei accorto, coglione per quello che hai sbagliato, coglione per quello che hai sprecato.

Coglione per quello che non hai saputo apprezzare quando te ne era stato dato modo, coglione per quello che hai rovinato, coglione per non aver saputo dare.

Coglione per le menzogne, coglione per le falsità, coglione per le maschere.

 

Vorrei far finta che la vocina di sottofondo fosse soltanto una conseguenza della stanchezza e invece, fortunatamente non è così.

La vocina di sottofondo diventa un urlo, la mia voglia di redimermi grida vendetta e tutto diventa più chiaro.

Diventano evidenti gli sbagli, i passi falsi, i passi indietro, lontano dal mio sole, lontano dalla serietà, lontano da porti sicuri e possibilità enormi.

 

Certe volte ci vuole tempo, per rendersi conto che sì, sì può piangere sul latte versato e ci vuole ancora più tempo per rimediare ai propri errori.

Certe volte ci vuole costanza, impegno, serietà.

Certe volte non basta fare finta di niente e andare avanti, certe volte bisogna fermarsi e rimediare, raccattare i cocci e provare a ricostruire tutto di nuovo.

Certe volte non ci si può solo voltare, certe volte bisogna capire di aver commesso un errore.

 

E questa volta so di aver commesso più di un semplice errore, ma so anche che ho il tempo, la voglia, la forza e le possibilità per rimediare ai miei errori, dal primo fino all’ultimo, senza remore, senza il terrore di fallire di nuovo ma con la voglia di farcela, con la maledetta voglia di star bene.

E so che prima o poi, chi era pronto a mistificare, a spalare merda gratuitamente, si dovrà ricredere, dovrà ammettere di aver giudicato troppo in fretta, senza aver mai dato il giusto peso alle cose, senza aver mai vissuto certe cose.

E questo urlo diventerà soltanto un lieve brusio in sottofondo che non se ne andrà comunque mai, perchè ci sarà sempre qualcosa da imparare, qualche danno a cui rimediare, delle spese da pagare.


Il mese scorso mi era uscita la frase : “fanculo la renovatio, fanculo tutto!”.

A un mese di distanza quasi quasi mi metto a ridere, se ci ripenso.

È assurdo fermarsi, pensare di mandare a puttane il piano astrale solo per una banale battuta d’arresto, è assurdo arrendersi, è assurdo smettere di cercare di far funzionare le cose.

È inutile smettere di lottare per la propria felicità, ogni maledetto uomo dovrebbe saperlo, ogni uomo dovrebbe rendersi conto che ha il diritto e il dovere di essere felice, sia che viva nella povertà sia che viva nel benessere.

Apprezzo chi sa essere felice con poco, ma non si arrende nonostante le sue condizioni precarie, non getta la spugna al primo stop.

 
A un mese di distanza sono ancora qua convinto di poter stravolgere la mia vita e renderla migliore, rinnovando tutto.

Quindi tranquilli, la renovatio non è andata a farsi benedire, per ora.